Violazioni della privacy su Gmail? Google risponde: le condizioni d’uso parlano chiaro

Google subisce una class action da parte di alcuni utenti che ne denunciano l’uso sconsiderato, e poco trasparente, del servizio di posta elettronica: in sostanza il riferimento è agli annunci pubblicitari che compaiono all’interno della posta degli utenti, e che derivano dall’analisi via software delle email inviate e ricevute. Nessuno tuttavia obbliga gli utenti a fare uso di Gmail per comunicazioni riservate, ed il problema delle email falsificabili, leggibili potenzialmente dall’esterno e poco sicure riguarda, in generale, l’intero protocollo di posta elettronica comunemente utilizzato da tutti noi. Il problema quindi è di natura generale e Google diffficilmente accetterà di essere il capro espiatorio di una situazione certamente ambigua, ma che accomuna molti provider di posta elettronica. Così come riportato da Il fatto quotidiano, in effetti, da un lato alcuni utenti hanno lamentato la presenza di annunci pubblicitari contestuali che Google avrebbe “spiato” dalla natura delle loro comunicazioni: dall’altra parte sembra che gli avvocati della famosa azienda abbiano messo in evidenza la scansione via software delle email a scopo pubblicitario (quindi non umana).

Del resto qualsiasi perito potrebbe mettere in evidenza che un servizio di posta elettronica è, per sua natura, difficile da proteggere: le email sono insicure per loro stessa natura. È questo il motivo per cui sono stati introdotti servizi di autenticazione (ad esempio la PEC italiana), che pero’ richiede a sua volta che le comunicazioni, per rimanere riservate e garantire l’autenticità del mittente, siano stabilite tra due caselle di posta entrambe certificate. La privacy delle email richiede in genere accorgimenti ad hoc che non sono, attualmente, a portata degli utenti meno esperti: la crittografia, di fatto, potrebbe mantenere un livello di privacy superiore alle media, e Google stessa si è mostrata molto sensibile a questo genere di tematiche, introducendo gli utenti alla possibilità concreta che i dati di Google Drive, ad esempio, possano essere criptati in modo che si possano leggere e scrivere solo conoscendo la chiave privata (una password a scelta dell’utente, semplificando).

Ricordiamo che in generale i rischi annessi all’uso di posta elettronica sono i seguenti:

  1.  l’invio massiccio a molti utenti di messaggi indesiderati, in genere di natura pubblicitaria non desiderata (spam).
  2. le catene di sant’Antonio, messaggi che contengono informazioni allarmanti, promesse di facili guadagni o vere e proprie bufale.
  3. la possibilità di falsificare il nome e l’indirizzo del mittente visualizzati nel programma client del destinatario, favorendo così le truffe online ed il phishing di dati personali (ad esempio messaggi di posta che invitano a fare login nel sito della propria banca, in realtà un portale truffa del tutto simile ed utilizzato per raccogliere quei dati).
  4. la diffusione via email di malware, virus e programmi atti a spiare i dati personali dell’utente in maniera fraudolenta.

La questione della privacy è molto delicata, senza dubbio: c’è da aggiungere che i servizi di Google sono quasi tutti gratuiti e l’utente accetta, proprio per questa circostanza, di farne uso “così come sono“, senza reali garanzie ed accettando implicitamente che Google stessa trovi un modo per monetizzare quei servizi (visto che si tratta di un’azienda con scopo di lucro). Non è neanche la prima volta che un’azienda informatica multinazionale finisce nel mirino dei giudici, e – di questi tempi – c’è  da scommettere che non sarà neanche l’ultima.

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