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Comunicazione digitale post Covid-19: com’è cambiata e come ci influenza

Siamo entrati a pieno diritto nei libri di storia, non c’è alcun dubbio.

L’avvento del Coronavirus, e la relativa situazione emergenziale a livello sanitario ed economico, ha stravolto il mondo intero e buttato all’aria in una manciata di ore le nostre abitudini, il nostro modo di vivere, il nostro modo di pensare e di comportarci.

La comunicazione digitale ai tempi del Covid-19

Come uno tsunami che travolge tutto con impeto distruttivo, il Covid-19 ci ha catapultati in un mondo diverso, estraneo e complesso dove non erano più ammessi baci ed abbracci, dove ci si teneva informati minuto per minuto attraverso i media nazionali, i social network, i giornali online, la rete.

Dove non si potevano vedere le persone care lontane e ci si affidava a internet per tenere vivi legami e affetti, rapporti di lavoro e persino conoscenze scolastiche.

La rete ci ha avvolto e fatto compagnia nei lunghi mesi del lockdown, quando non era ammesso uscire se non per le esigenze primarie: l’emergenza ha cambiato prepotentemente il modo di tenerci informati e il modo di comunicare delle aziende, dei giornali e dei media digitali e non.

È cambiato il modo di cercare le notizie in rete, è cambiato il modo di scriverle e di comunicarle, sono mutati gli interessi, monopolizzati per mesi da poche parole chiave, è cambiato l’approccio dei brand nel pubblicizzare i propri prodotti.

Si è riscoperto il valore dell’essere italiani, dell’essere uniti, del lottare tutti insieme contro un nemico invisibile: la comunicazione digitale ha assecondato questo cambiamento e lo ha fatto proprio fornendo minuto dopo minuto notizie di ogni tipo, ovunque. Notizie che a volte fornivano informazioni puntuali ed esaustive, altre volte avallavano tesi fantasiose e meno super partes di quanto ci si sarebbe aspettato: da Google ai grandi giornali online, dai video di Youtube ai social network, Facebook in primis, la comunicazione digitale ha sviluppato diverse sfaccettature legate all’emergenza, volte sì a comunicare ma al tempo stesso a traslare quanto più possibile la vita reale online.

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Sono nate così lezioni scolastiche sulle piattaforme dedicate, si è dato ampio spazio allo smart working, si è cercato attraverso Skype, Messanger, Zoom e gli altri strumenti di tenere ben saldi i rapporti, affettivi e di lavoro, attraverso call di gruppo, riunioni e meeting.

Ma al di là di metodi, tempi e obiettivi, quello che è certo è che la comunicazione digitale, oggi, non è più quella di 4 mesi fa.

Come la comunicazione digitale si è trasformata

Quando parliamo di comunicazione digitale facciamo solitamente riferimento all’insieme di messaggi, in forma testuale, sonora o visiva (immagini o video) attraverso cui i soggetti comunicano online, a prescindere dalla piattaforma utilizzata, a prescindere dal target di riferimento e dalla presenza di uno scambio comunicativo concreto con il proprio pubblico.

Un giornale che pubblica online notizie sugli eventi di cronaca rivolgendosi ai propri lettori sta compiendo di fatto una comunicazione digitale; uno youtuber o una radio su youtube che pubblica in streaming o attraverso dei video interviste e dibattiti, attua una comunicazione digitale, spesso associata alla possibilità di comunicare attraverso chat dedicate. Allo stesso modo chiunque posti sui social una notizia, un video o qualsiasi altro messaggio, lo sta facendo in modalità digitale rivolgendosi evidentemente al proprio pubblico, che può essere ristretto e relativo alla propria cerchia di amici, o più ampio e generico.

Il risultato è un flusso continuo di notizie ed informazioni, contenuti, podcast, blog post, articoli, video e quant’altro pubblicati in tempo reale e rivolti, potenzialmente, all’intero popolo di internet, fruibili da chiunque abbia una connessione di media velocità.

Se prima dell’avvento del coronavirus questo non era un problema, perché andava a rafforzare quello che di fatto è il concetto di libertà di espressione e il diritto all’informazione di ciascuno di noi (sempre nel rispetto delle norme comportamentali), con il coronavirus questo tipo di comunicazione continua ed incontrollata è diventato un terreno molto scivoloso perché fonte inesauribile di informazioni di ogni tipo, spesso contrastanti tra loro.

Il Covid in fondo è stata la mano che ha scoperchiato il vaso di Pandora svelando le criticità della rete e della comunicazione digitale, ricordando a tutti l’importanza di saper scremare le notizie che si leggono, di saper controllare l’affidabilità delle fonti, di sapere dove e cosa cercare per non incappare i messaggi sbagliati e a volte dannosi.

Durante i mesi del lockdown si è assistito a più comunicazioni digitali che viaggiavano parallele: quella istituzionale, affidata ai canali ufficiali del Governo, del Ministero della Salute, della Protezione Civile; quella lavorativa con gli esperti della rete, dagli imprenditori digitali alle aziende di formazione, che hanno iniziato a comunicare al proprio target di riferimento l’importanza della comunicazione digitale per cercare lavoro, trovare nuovi clienti, apprendere nuove competenze e reinventarsi nel post-Covid, nella cosìddetta fase 2. Ma c’è stata anche la comunicazione digitale dei media, dei grandi giornali, dei piccoli blog di settore, delle radio, del mainstream. C’è stata una comunicazione “buona”, sana e volta a informare e una comunicazione digitale meno “buona”, mirata a diffondere fake news e tesi complottiste. Ecco allora che nel marasma generale, la comunicazione digitale si è ritrovata trasformata, arricchita da un nuovo appeal, ma allo stesso tempo spesso strumentalizzata, usata come metodo di diffusione di teorie controverse.

Il potere di un titolo

Si dice sempre che tutto parta dal titolo, almeno per quanto riguarda la comunicazione digitale scritta. Chi lo avrebbe mai detto che un semplice titolo, in base a come viene costruito, possa influenzare totalmente le opinioni della gente?

Sembra impossibile, ma è proprio così. Tralasciando i fenomeni del click baiting, ormai demonizzati anche dagli algoritmi di Google e dei social, oggi gran parte della comunicazione digitale si gioca il tutto per tutto proprio a partire dal titolo.

In un mondo sempre più veloce, dove la soglia d’attenzione media si è abbassata pericolosamente a pochi secondi, tutti sanno che per catturare l’interesse di un lettore sempre più svogliato e sommerso da un continuo flusso informativo, i primi secondi sono il tempo massimo concesso per conquistarlo o perderlo definitivamente.

Il problema è che quei pochi secondi di attenzione spesso si concentrano solo ed esclusivamente sul titolo e lo sanno bene coloro che lavorano nella comunicazione digitale che spingono su titoli sempre più corti, impattanti e possibilmente “problem solving”. Un titolo che inizi con “I 5 metodi per”, “Scopri come fare” o “La guida definitiva per” sembrano promettere magie non appena aperti, ma in realtà servono per catturare all’istante il lettore, strappandolo dal suo torpore culturale per quei pochi secondi di attenzione che lo porteranno a decidere se proseguire nella lettura, andando oltre al titolo, o meno.

Se nel mondo del marketing, ma anche della pubblicità, questo tipo di comunicazione “cattura-attenzione” funziona molto bene perché va a rispondere ad esigenze latenti o manifeste del lettore, se trasliamo il discorso ai titoli dei giornali e delle notizie condivise, ecco che la prospettiva cambia.

Ci sono siti che hanno fatto del titolo shock un proprio cavallo di battaglia, prospettando come sicure situazioni in realtà ipotetiche, spiegandole nel dettaglio solo una volta aperto l’articolo e letto con attenzione. Peccato che la maggior parte delle persone, molto spesso, resti incollato al titolo e non vada più in là di quello, formando nella propria testa un’opinione completamente modellata su quel titolo, e confondendo di fatto il titolo con la notizia.

Moltiplicate questo elemento per il numero di lettori di ogni testata giornalistica online e avrete la misura del potere che un titolo ha di influenzare le menti e di contribuire a formare opinioni manipolate.

Il contributo dei social e la lotta alle fake news

Qual è il ruolo dei social in questo cambiamento profondo che sta interessando la comunicazione digitale? I social, soprattutto Facebook, non sono altro che degli amplificatori, delle piattaforme di rilancio eccezionale di titoli e notizie di qualunque tipo, tanto che passando da ricondivisione a ricondivisione, molti contenuti diventano virali proprio perché intercettati dai più e ricondivisi a prescindere dalla validità degli stessi.

Questo perché non c’è ancora una serie di regole universalmente riconosciute da utilizzare come punto di riferimento per verificare l’interesse e la veridicità di una notizia. Non c’è un decalogo o una guida verificata su come distinguere fonti, autori, piattaforme, su come sapersi districare nella giungla della comunicazione digitale. I consigli degli esperti alla lotta alle fake news però sono sempre quelli: verificare la fonte, controllare la data, assicurarsi che chi ha scritto l’articolo o girato il video sia una persona attendibile prima di ricondividerlo. Ma diciamoci la verità, non tutti lo fanno.

Il risultato è una marea di notizie ed informazioni che rendono la comunicazione digitale un’opportunità e, al tempo stesso, una minaccia, soprattutto per chi non ha sviluppato la capacità di discernere le notizie buone da quelle “spazzatura”.

Il futuro della comunicazione digitale

Il Coronavirus ci ha regalato, nella sua tragicità, un’opportunità incredibile: imparare a sfruttare meglio la comunicazione online, il mondo digitale e tutte quelle tecnologie che in tempo di lockdown ci hanno “salvato”, ma che nel post-crisi ci potranno aiutare a informarci in modo più consapevole e libero da imposizioni di qualunque tipo; ci potranno aiutare a reinventare il nostro lavoro secondo modalità più sicure e smart; ci potranno aiutare a ripensare a numerosi servizi prima impensabili da traslare online.

Il lockdown purtroppo però ha anche fatto emergere tutte le difficoltà di un Paese ancora non completamente alfabetizzato dal punto di vista digitale e ci ha mostrato come certe lacune, in tempo di crisi, non siano più ammissibili.

Occorre ripensare all’online e alla comunicazione digitale con occhi nuovi, cercando di intervenire in tutte quelle situazioni in cui una comunicazione errata, un uso poco efficace delle tecnologie o una lacuna culturale a livello digitale possono lasciarci inchiodati in una posizione arretrata e limitante, mentre il mondo intorno a noi non ci aspetta e ci sorpassa senza scrupoli.

Claudia Giordano

Se vuoi saperne di più sull’autrice di questo articolo, non perderti la nostra intervista a Claudia Giordano.

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