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La grafica è morta. Lunga vita alla grafica.

Mi hanno chiesto di scrivere un articolo sul tema che ha infiammato la mia bacheca Facebook qualche giorno fa e che ho riversato in una live reaction su YouTube.

Prima, però, facciamo un gioco.

Uno semplice, a portata di mano anche di tanti analfabeti funzionali in circolazione.

Scegli una delle due affermazioni seguenti e poi scorri fino alla sezione dedicata.

Tipo “libro game”, bravo.

Si, come Bandersnatch su Netflix.

1) La grafica è morta. Ci sono i marketplaces e le app come Canva che fanno tutto. Schiacci un bottone ed è fatta.

2) Nell’era del digitale la comunicazione visiva è tutto (si parla di comunicazione trans-mediale, e non di “grafica dei grafici” nel senso più stantio e obsoleto). Oggi il mondo è questo e va bene così.

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Hai scelto la risposta “La grafica è morta”? Continua a leggere, allora.

La grafica è morta.

Ne danno il triste annuncio gli improvvisati, i mercenari professionisti, i freelance fai-da-te, gli imparati su youtube, i programmatori (noti acerrimi nemici dei grafici e antipatici cronici) e quei markettari che stanno al marketing quanto il McDonalds alla dieta vegana.

La grafica è morta.

Si è spenta lentamente dopo una seria di attacchi virali e violenti.

La moderna medicina è impreparata sui morbi noti da anni ma che oggi si diffondono a macchia d’olio, da Instagram a qualsiasi altra applicazione da bimbominkia: la Superficialis, il Cuginandum, le placche invertite “SansComics” (citatissime da ogni grafico lamentoso) e poi la peste nera dei CattiviPagatori e l’arcinota e purulenta piaga delle “PeanutsAgency”.

Le forze dell’ordine e i reparti della sezione “Aurea”, cercano i responsabili tra i marketplaces, gli app stores e persino lungo il corso dei Torrent, che arrivano alle valli più… deep.

Niente da fare.

Pare sia ufficiale.

La grafica è morta.

Lunga vita alla grafica!

Oppure no…?

Torniamo seri (solo per qualche riga o giù di lì).

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Per liquidare la frase che ha dato origine al video (ahinoi, frequente anche nella splendida cornice di eventi pubblici) basterebbe sottolineare una triplice verità indiscussa:

  1. Nell’era del digitale la comunicazione visiva è tutto (si parla di comunicazione trans-mediale, e non di “grafica dei grafici” nel senso più stantio e obsoleto) è tutto. Ogni bit di informazione passa da uno schermo all’altro, piccolo o grande che sia. Dunque, è inevitabile: dal design delle interfacce alla suggestione visiva che genera coinvolgimento, il primo approccio (visual pitch) è quello “grafico”. Pensampò.
  2. I proclami ad effetto sulla morte del genere di turno non si contano. Dai blog sempre pronti a spirare (così si dice) a quella di Twitter “inutile” e persino della televisione. Sembra che trascrivere (o pronunciare) quelle parole soddisfi il palato del suo autore che si auto-eleggerà velocemente guru, coach o pro di questo mondo e dell’altro. Sempre troppo velocemente, sempre arbitrariamente, ovvio. Ejaculatio Praecox dell’età digitale, appunto (*)
  3. Avere la totale libertà di parola, nell’era dei social media, sembra si traduca necessariamente nell’obbligo di affermare personali convinzioni (meglio se con violenza) senza soffermarsi sulla responsabilità che abbiamo online, tutti. Il brutto vizio di dare indicazioni random, per ottenere visibilità senza minimamente riflettere sulle dinamiche dello scenario nel quale siamo immersi. Spinti dal vento digitale, parole e personaggi cavalcano ogni raffica periodica senza moderazione e lanciano strali chiassosi e superflui in ogni direzione possibile. Meglio quella che fa più rumore, ça va sans dire.

Il problema di fondo è una mistura pericolosa, accresciutasi in modo indefinito con i social media. Da un lato piattaforme che si cibano avide di dinamiche umane (meglio se in-flame-ate con violenza). Dall’altra scarsa concentrazione e analfabetismo digitale che straripa di fiera ignoranza.

Andiamo al sodo, però. La grafica non è morta, è cambiata. Ma va? Pare ovvio. Lo so. La “grafica” è cambiata insieme con i mercati, le abitudini, la strumentazione e la tecnologia. Il mestiere del grafico è cambiato, di conseguenza. Un salto positivo che ne ha trasformato il ruolo in modo radicale, offrendogli anche spazi maggiori, opportunità e modelli di business alternativi. Non tutti i “grafici” hanno capito, accolto, compreso il cambiamento necessario. Molti credono di averlo compreso, di essere stati in grado di adattarsi. Ci credono sul serio. #einvece basta guardare i loro portfolio, osservarli agire, leggere le loro parole (e paure) per comprendere quanto essi siano distanti dalla verità.

Le lamentele abbondano.

Fa parte delle dinamiche socials. Ci sta.

Succede anche in situazioni inattese (come in questa conversazione sul mio profilo).

Se si parla di professioni, freelance e ruoli, però, il mood è quello dello “sfogatoio”.

Ci sentiamo eroi condannati dal destino, per vocazione. Un destino malevolo e puzzone, certamente.

Per tanti (non solo per i grafici) quindi, si: la grafica è morta.

È morto il mestiere per colpa dei marketplace che offrono qualità a prezzi irrisori.

È morto il ruolo vista l’abbondanza di applicazioni a tema.

È morta la professionalità visto che ognuno fa da sé, schiaccia un pulsante e forse vende loghi a 200 euro.

Alt. Chiariamoci bene.

Non è colpa delle categorie di inizio post se il mondo, i mestieri e la grafica son cambiati.

Non è davvero colpa di Iginio Marchetti Sottobanco che vende un logo a basso costo se chi lo offre invece a 2.000 non trova clienti e si sente penalizzato.

Siamo in un nuovo mercato libero (con i suoi pro ed i suoi contro).

Miliardi di identità che si affrontano, proposte infinite e un cambio di passo obbligatorio.

Semmai fare la differenza spetta a chi vende a 2.000.

Anche perché, magari, il cliente che paga un logo 200 euro io non lo voglio.

Tranne se ho le bollette da pagare e sono costretto ad accettare condizioni misere. Questa la dedico a chi può capirla.

È difficile. Tosta tosta.

Innegabili le oggettive difficoltà che la sfida richiede.

Ma la modernità sopra descritta ci ha portato innumerevoli vantaggi.

Definirla solo per via delle ripercussioni negative è avvilente e riduttivo.

Non ti ho ancora convinto?

Pensi ancora che “la grafica è morta” o che il problema non riguardi il tuo approccio?

Permettimi un ultimo sproloquio.

Citiamo il caso dei famigerati marketplaces, croce e delizia dei creativi.

I marketplaces contengono risorse di ogni genere, attingendo alle professionalità più diverse.

Un uovo con sorprese infinite: mockup, templates, immagini, audio, video, modelli, 2D, 3D e assets di ogni genere e formato.

Sono tutte risorse, da scegliere oculatamente, certo.

Ma pur sempre risorse.

Li usano soprattutto altri professionisti, tipo me.

Perché son risorse pronte, si. Per chi le sa usare.

Tipo per altri professionisti, appunto, che fanno lo stesso lavoro di chi li ha generati.

Forse per alcune di quelle risorse basterà un geometra riadattato architetto di sgabuzzini ottimizzati in chiave Feng-shui.

Per le altre, però, la questione cambia.

Quindi, ripetiamolo insieme (in coro): i marketplaces sono una risorsa per le professioni.

Poi ci sono gli idealisti.

Gli idealisti non li usano (dicono – come se acquistare delle famiglie di font non sia la stessa cosa, sic!) perché “il professionista” fa da sé tutto.

Ma proprio tutto.

Ecco perché l’ecard Facebook del Sig. Arnaldo Perepetti de Filigrana è costato 1.397,34 euri.

Stampa esclusa.

Perché era stata concepita da una serie di artigiani elfici cresciuti a pane e cellulosa del Monte Connesso (a Sud di Twitch), poi leccato da capre magiche digitali neozelandesi col pallino della gestalt.

C’è voluto tempo (le capre so viziose e vogliono il loro tempo per creare), ma vuoi mettere la soddisfazione? Almeno per quella settimanella. Perché quella dopo, sui social, cambia tutto.

Infine ci son gli Artisti.

Porelli.

Nessuno li capisce. Loro sono in gamba.

Lo dicevano tutti nel condominio.

Poi esci dal condominio e sei uno che sa usare bene photoshop, ma ci sono altri 34000 nippo-giamaicani trapiantati su Pinterest da una pro-loco nata su #LoL che però fanno meglio di te.

Come Pinuccio Grattachecca detto “O’Grattittato”, che ha 12 anni ma è il figlio segreto di una insana notte di bagordi pantone tra Canva e Powerpoint.

Quindi la grafica è morta perché Pinuccio vende e tu no.

Allora diciamolo a tutti.

La grafica è morta perché Pinuccio lavora e guadagna 128 euro puliti e tu sei ancora lì a sostenere che si possono fare loghi pure con Photoshop.

Diciamolo a tutti.

Raccontiamo che il mercato è morto.

Le aziende sono cattive e i soldi puzzano perché son fuori dalle tue tasche.

See, Lallero.

Capre e animali esotici a parte, i marketplace sono la via più breve per soddisfare velocemente ogni necessità.

L’effetto clone (se a questo stai pensando) si genera solo se prendi un tema (o un mockup) e ti limiti a cambiare il font.

Anzi “la” font.

Dipende se lo pronunci nei giorni pari o in quelli dispari.

O se sei una capra digitale neozelandese.

Sai cosa penso? Che, al contrario, i marketplaces sono un ottimo canale di vendita (e di confronto) per tanti creativi, che forse non diventeranno ricchi. Ma certamente godranno di una possibilità in più.

La verità indiscussa (un’altra, si. Mica le pago a menzione) è che i tempi son cambiati.

Social. Media. Scambi veloci.

Serve flessibilità. Quantità e velocità. E’ richiesta efficacia e tempi di reazione ottimizzati per i nostri contenuti.

Quindi serve crescere, insieme con l’evoluzione del genere.

Dall’altro lato come va?

La metà del problema è parte dell’insieme e con essa si completa, diceva Platone, il centravanti del Boca Juniors, se non erro.

Per loro vale la regola delle scimmie e delle noccioline a seguire.

Ma non sono loro il problema, non più. Non del tutto, almeno.

::::

Hai scelto la risposta “Tutto è comunicazione visiva, anzi trans-mediale”?

Torna su e scegli la soluzione 1, fa il bravo.

Sennò le supercazzole che ho scritto si sprecano.

-.-

Ci vediamo online e, ricorda: che si tratti di risorse da acquistare, di formazione da vivere o collaboratori da soddisfare vale la regola: if pay with peanuts, you get monkeys :)

(*) Ho dovuto cercare “eiaculazione precoce” in latino. Non ricordavo come si scrivesse. Lo dite voi ai miei allievi che se salta fuori su Google era per una ricerca scientifica? Grazie.

Scena post-credits: a volte, per cambiare basta comprendere e capire quei due-tre concetti chiave essenziali per la sopravvivenza: in un mercato evoluto le combinazioni possibili di figure, professioni e servizi sono innumerevoli, tanti quanto le nicchie di mercato possibili (anche nuove, atipiche o da scoprire) alle quali puntare e offrirsi esplicitamente. Per non essere “un graphic designer (qualsiasi)” ma “quello lì, capace di…”.
Una questione di identità e storytelling, come al solito

😉

Insomma: la diversità, più che mai, è ricchezza.
Se vuoi.

Massimo Nava

Vuoi saperne di più sull’autore di questo fantastico pezzo? Non perderti allora la nostra intervista a Massimo Nava.

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