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Ma esiste davvero il web 3.0?

L'evoluzione del web e della fruibilità della rete nel corso degli anni e nel prossimo futuro

Il web 1.0 era quello dei link, dell’informazione da fruire, ma senza interazione. Poi sono arrivati i social, l’interazione, la possibilità di collaborare e coordinare. Qualcuno disse che era il web 2.0. Probabilmente era un sviluppatore software, preoccupato di far distinguere bene, agli utenti, la versione del software che stavano usando.

In realtà a coniare l’espressione web 2.0 nel 2003  (divenuta popolare l’anno dopo nel 2004) fu Dale Dougherty, Vice Presidente di O’Reilly Media, Dall’avvento dei social altre evoluzioni sono avvenute e continuano ad avvenire, e qualcuno parla di web 3.0. Ma non esiste una definizione univoca e che metta tutti d’accordo.

Web 3.0: le definizioni più comuni

Il web 3.0 per alcuni è una etichetta marketing: dopo tutto il rumore fatto per il web 2.0, l’E-commerce 2.0, l’ufficio 2.0 (compreso di cadrega 2.0), c’era bisogno di fare rumore con una etichetta nuova.

Per altri web 3.0 è il web in cui, oltre all’intelligenza umana, come nei social, agiscono anche le intelligenze artificiali. Così abbiamo assistenti virtuali, IA che fanno telefono, maggiordomi casalinghi che ascoltano ogni nostro ordine (e, si spera, solo quelli) e lo eseguono.

Un terzo gruppo di persone pensa che il web 3.0 sia quello che amano definire web semantico. Un web con l’informazione strutturata e immagazzinata in modo che un computer, o meglio, una IA, possa capirla e usarla. Poi ci sono quelli  che il web 3.0 è quello dove la realtà virtuale o aumentata la fanno da padrone, e quindi il web 3.0 sarà simile a second life (ma c’è ancora?), un web dove non si visiteranno siti, ma negozi, uffici, e altri luoghi dove poter interagire con le cose e le persone attraverso la realtà virtuale e aumentata.

Il vero web 3.0

Se continuate a chiedere, ne troverete tante altre di visioni su cosa sia il web 3.0. La verità è che il web 3.0 non ha nulla a che fare con il “cosa”, ma con il “come”.

Perché nel web 3.0 potremo leggere e fruire informazione come nel web 1.0, o collaborare con altri, litigare con persone di mezzo mondo attraverso i vari canali social come nel web 2.0. O fare acquisti in centri commerciali virtuali, in cui passeggiare indossando i set per la realtà virtuale, invece che andandoci di persona.

O risolvere piccoli o grandi dilemmi quotidiani parlando con un cilindro sullo scaffale, che però grazie ad una IA remota, saprà come aiutarci.

Il vero web 3.0 non sarà legato a cosa faremo, ma a come lo faremo.

Non faremo più tutte quelle cose attraverso un computer, seduti da qualche parte. 
Le faremo con dispositivi che ci accompagnano in ogni momento della nostra quotidianità.

Che sia uno smartphone o un dispositivo indossabile, che l’interfaccia sia uno schermo di vetro sensibile al tocco o un tessuto intelligente con cui è stato confezionato un nostro indumento, il web 3.0 sarà il web fruibile in ogni momento, in ogni luogo, senza che ci si debba preoccupare di inezie come la connettività o la disponibilità di un hardware specifico.

A preoccuparsi ancora degli aspetti tecnici saranno eventualmente i fornitori di connettività o provider che dir si voglia e coloro che offrono i servizi di hosting. Se per l’utente sarà una specie di magia agire nel web 3.0 per gli addetti ai lavori sarà un continuo sforzo per migliorare il segnale, il tempo di risposta, la capienza di un drive virtuale, la disponibilità delle informazioni anche in situazioni critiche, grazie ai servizi di backup, per esempio.

Un web 3.0 in cui, per chi vorrà affacciarsi ad esso per affari, sarà indispensabile saper scegliere il partner giusto per l’hosting.

Il web 3.0 ci vedrà tutti connessi sempre, ovunque e comunque.

Alcuni lo dipingono come un paradiso in cui l’umanità potrà finalmente fare un salto evolutivo, per altri sarà invece un inferno, dove saremo sempre tracciati, vigilati, limitati nelle nostre libertà. Che si debba aspettare il web 4.0 per sapere chi abbia ragione?

Claudio Marchiondelli

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