I racconti di Keli

Twitter alla riscossa, I want to believe

Erano ormai diversi mesi che ne sentiva parlare e che leggeva articoli di specialisti che enunciavano l’ormai imminente fine di Twitter, il social che sta conoscendo una crisi apparentemente irreversibile, cosa confermata anche di recente seguendo determinati numeri che sottolineano ancora una volta il calo di Twitter.

Amedeo però era un giovane (per modo di dire, visto che aveva già passato i 30 anni) dalla testa dura, deciso a portare avanti le proprie idee anche a costo di andare contro quello che era lo status quo accettato in quel determinato momento, rischiando così di andare allo scontro con gente che senza dubbio ne sapeva più di lui.

Twitter, io ci credo ancora

Si occupava di Social Media Marketing da un paio d’anni ormai, l’azienda per cui lavorava spingeva per puntare a tutta forza su Facebook (ovviamente con un minimo di budget per fare investimenti) e sulle nuove realtà emergenti come Instagram e Snapchat, i nuovi social che si stanno imponendo all’attenzione degli utenti di ogni età, soprattutto dei più giovani.

Lungi dal cercare lo scontro con chi gli pagava lo stipendio mensile, Amedeo era intenzionato a chiedere di poter continuare a mantenere vivo il profilo aziendale su Twitter nonostante la consapevolezza del trend negativo testimoniato dai numeri.

Nel corso della riunione il suo capo non dimostrò grande entusiasmo per l’idea di Amedeo, ma alla fine venne concesso al giovane impiegato di continuare il suo lavoro sul social dei cinguettii senza problemi ma con la promessa di portare dei risultati concreti nel giro di qualche mese.

Dopotutto l’azienda gli aveva messo a disposizione un blog con un servizio hosting web in grado di garantire grandi prestazioni e una massima libertà nella scelta dei contenuti da proporre.

Toccava a lui quindi, la responsabilità era tutta sulle sue spalle.

Andare al di là dei numeri, credere ancora nel social

In realtà quella iniziata da Amedeo era una sorta di mission impossible, o per lo meno un’idea un po’ folle visto che tutto andava contro quello che era l’obiettivo del nostro protagonista.

Come fare però per migliorare i risultati di un profilo aziendale su Twitter? Amedeo sapeva già la risposta, avendo imparato nel corso dei mesi quello che era uno dei segreti dei Social Media: interagire con gli altri.

Ecco perché fino a un certo punto il profilo dell’azienda non aveva prodotto granché come risultati. Restare chiusi in se stessi, pubblicare esclusivamente i propri contenuti senza fornire ai follower niente di diverso, nessuna fonte esterna di approfondimento, non interagire con gli altri profili… insomma, una sorta di débâcle annunciata.

“Bene” pensava Amedeo caricandosi come un guerriero pronto alla battaglia “dimostrerò con i fatti che Twitter è ancora un social in grado di dare ottimi risultati”.

Chiuse la sua riflessione con un “I want to believe” che richiamava alla memoria un telefilm che lo appassionava molto negli anni novanta, un’epoca che ormai sembra essere molto lontana nel tempo e nei costumi.

Le cose cambiarono in un lampo: la nuova gestione del profilo andava nella direzione opposta rispetto alla precedente, un utilizzo dinamico e altamente orientato alla massima collaborazione con gli altri. Tweet, retweet, menzioni, interazioni continue… nel giro di poco tempo il profilo Twitter divenne una delle migliori armi dell’azienda dopo essere stato per mesi una sorta di palla al piede.

Tutto merito di Amedeo che venne generosamente ripagato con una “generosa” pacca sulle spalle… una soddisfazione morale e professionale che non aveva aumentato la quantità di conquibus nelle tasche ma che aveva accresciuto la sua autostima.

Tu cosa ne pensi? È davvero il momento di mandare in pensione Twitter o c’è ancora una possibilità di riscossa per questo social? Scrivici la tua opinione nei commenti.

Keli

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