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Londra inasprisce le pene per i troll

Londra dichiara guerra ai troll, e lo fa in modo forte e deciso. Ma cerchiamo di mettere un po di ordine, che cos’è precisamente un troll? Il termine “troll” trae spunto dal nome di creature mitologiche dei Paesi europei nordici. I troll, secondo il gergo di internet, sono quegli internauti che interagiscono con altri utenti della rete al solo scopo di disturbare determinati dibattiti online o fomentare gli animi. Un disturbo che viene portato avanti con messaggi deliberatamente provocatori, irritanti, fuori tema o anche senza senso.

Dopo questa doverosa premessa che ci permette di fare un po di chiarezza, andiamo ad analizzare con cura la notizia principale, che vede Londra pronta ad inasprire le pene previste per i troll. Abusi, insulti e minacce sul web, lanciati facendosi scudo dell’anonimato sui social network, non possono restare impuniti, ma anzi è necessario inasprire le pene per chi se ne rende responsabile, nel tentativo di fermare un fenomeno che è fonte di disturbo sociale. Questa è la convinzione del governo inglese, pronto alla battaglia contro i molestatori della rete.

L’urgenza per l’intervento è emersa insieme con una serie di casi che hanno fatto particolare clamore nel Regno Unito, portando all’attenzione dell’opinione pubblica i rischi e i danni che tali comportamenti online provocano. Negli ultimi anni molti sono stati i casi accaduti e balzati agli onori della cronaca, come per i coniugi McCann (genitori di Maddie, bambina scomparsa nel 2007 in Portogallo) che subiscono da molto tempo questo tipo di “trattamento” su internet. Ma il troll rappresenta una minaccia anche per i privati cittadini, ecco perché Londra vuole agire in fretta e in maniera severa. Emblematiche, a questo proposito, le parole del ministro britannico della Giustizia Chris Grayling riferite a questi molestatori: “Sono dei codardi che stanno avvelenando la nostra vita nazionale. Nessuno dovrebbe permettere tali manifestazioni di odio di persona, perciò non ve ne dovrebbe essere spazio nemmeno online. Motivo per cui siamo determinati a quadruplicare le pene che al momento prevedono sei mesi di carcere”.

Vincenzo Abate

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